Venivamo Tutte per Mare di Julie Otsuka

Una sola e discreta voce per decine di donne giapponesi che attraversano l'oceano, negli anni precedenti la seconda Guerra Mondiale, verso uomini e vite a ...

Una sola e discreta voce per decine di donne giapponesi che attraversano l’oceano, negli anni precedenti la seconda Guerra Mondiale, verso uomini e vite a loro ignote

Sulla nave portavano solo pochi beni personali e la fotografia degli uomini che sarebbero diventati i loro mariti, giapponesi emigrati anni prima in California per lavoro. Questo, e molto altro, è Venivamo Tutte per Mare.

Una storia già scritta di anime destinate a incontrare sofferenze, sacrifici, meno spesso gioie, sempre con incredibile contegno e umiltà, con il passo sicuro di chi non dimentica da dove arriva e conosce, o almeno crede di conoscere, qual è il proprio ipotetico posto in un mondo nuovo e a volte ostile.

La scrittura di Julie Otsuka è stata definita ipnotica, e forse mai termine fu più appropriato per descrivere il mormorio continuo prodotto dalle voci e dai pensieri delle donne giapponesi, dalle loro speranze, dalle loro recriminazioni sopite, dai loro momentanei sospiri di sollievo, dalla loro totale disillusione una volta compreso dove e accanto a chi si trovano a dover vivere e crescere i propri figli.

I mariti che avevano scritto loro avevano mentito sulla loro condizione economica e sociale, sulle rispettive posizioni lavorative americane, e la foto che li ritraeva era spesso di qualche anno prima, differente dall’immagine reale che si presentò al loro sbarco dal Giappone.

L’impatto con la realtà dei fatti è duro ma subito accettato, ammortizzato da una filosofia fatalista che accetta l’inaccettabile, che perpetua un pensiero comune all’insegna del lavoro e di speranze che saranno esaudite forse in una seconda vita.

Donne. Donne giapponesi con pensieri giapponesi, usanze giapponesi e figli giapponesi solo alla nascita, ma americani negli usi e nei nuovi nomi. Donne in terre non giapponesi, con mariti giapponesi molli e servili, solo raramente davvero innamorati, spesso fantasmi che osservano le loro vite dal di fuori. Uomini ignorati, uomini inconsistenti, uomini però accuditi e tenuti stretti come unico patrimonio prezioso all’arrivo della Guerra.

Il terrore e la paura verso il popolo giapponese, indotti dal governo americano di Roosevelt in seguito a Pearl Harbour, contribuiscono ad avvicinare le famiglie, le donne ai propri uomini, meno i figli alle proprie famiglie e, al tempo stesso, ad allontanarli dal contesto nel quale vivono. Gli americani guardano con sospetto questi possibili traditori che fino a poco prima li hanno serviti, dai quali hanno comprato i prodotti dei campi, che sono stati loro vicini di casa, amanti, confidenti, quasi sempre sottoposti silenziosi e ordinati.

All’arrivo della Guerra il panorama delle città americane che hanno occupato con le loro attività cambia. I giapponesi sono costretti dal governo ad allontanarsi dalle città, alcuni di loro scompaiono, le donne hanno paura per i loro uomini, piccoli o grandi che siano. E così pian piano dalle città sbiadisce la loro impronta, i loro segni si scolorano e di essi non resta che il ricordo. Dolcemente come sono venuti scompaiono, forse trasportati sulle montagne o nei deserti per la sicurezza loro e dei cittadini americani.

Solo i più piccoli ricordano i loro compagni di scuola giapponesi per un tempo più lungo, poi anche loro dimenticano, nel flusso di una vita che necessariamente prosegue il suo corso, fatalmente.

La loro scomparsa coincide con il capitolo finale del libro, e con il mutarsi della voce corale narrante, non più giapponese ma ora americana. Una voce incredula, dubbiosa, che temporaneamente avverte un senso di colpa per non aver fatto qualcosa, per essere stata a osservare e basta lo scomparire di un popolo dalle proprie strade.

Il romanzo di Julie Otsuka è splendido nella sua forma, elegante e corale, lieve e crudelmente concreto nel suo incedere. Una nota che corre continua sulle vite di queste donne giapponesi è quella che ne scandisce il duro lavoro quotidiano. Un lavoro spesso nei campi, in coltivazioni, accanto ai propri uomini senza volto.

Durante la lettura ricorre spesso il riferimento alle vigne californiane, al lavoro di cura delle viti per produrre il vino del nuovo continente. Forse queste donne sono come la pianta della vite, capace di crescere il terreni inospitali per altre piante, trapiantate in luoghi che non sono i loro, ma comunque in grado di dare frutti colorati, delicati e armoniosi.

Marco Andreani