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    San Colombano Doc, il vino di Milano

    giovedì, 12 marzo 2009

    Sul Colle di San Colombano in provincia di Milano una delle più piccole zone di produzione Doc d’Italia. A tutela il Consorzio Volontario Vino Doc “San Colombano”

    Esiste un vino di Milano? Ebbene si, a San Colombano, tra la pianura Lodigiana e la bassa Pavese, a circa 40 km dal capoluogo lombardo.

    Si tratta di una zona di produzione molto piccola. Circa 111 gli ettari che compongono la Denominazione di Origine Controllata, in realtà molto di meno quelli realmente destinati al San Colombano Doc. Circa 70 i produttori, un buon numero in rapporto alla superficie, cosa che ci fa subito intuire la dimensione media di queste aziende, molte a conduzione famigliare.

    Questa piccola e poco conosciuta realtà regala sorprese davvero inaspettate e vini di spessore e di corpo non indifferenti, vini di carattere, indubbiamente da scoprire.
    Croatina, Barbera e Uva Rara i vitigni che compongono l’uvaggio del San Colombano Rosso; Chardonnay e Pinot Nero quelli destinati alla produzione del San Colombano Bianco.

    Il Rosso di San Colombano è un vino corposo, strutturato, con buona predisposizione all’invecchiamento. Un vino spesso non filtrato per scelta precisa del produttore, che mantiene il carattere di prodotto della terra, frutto di un lavoro davvero faticoso e di un mercato che non facilita le piccole realtà come questa.

    Il nome deriva dal frate irlandese del VI secolo che si dice abbia diffuso la coltivazione della vite in questo territorio, mentre la Doc arriva nel 1984. Da allora il Consorzio Volontario Vino Doc “San Colombano” difende, tutela e promuove ogni giorno questo piccolo ed unico vino di Milano.

    Seta di Alessandro Baricco e Gutturnio Colli Piacentini frizzante

    martedì, 24 febbraio 2009

    Il romanzo più famoso di Alessandro Baricco con il dolce frutto dei colli piacentini. Seta e Gutturnio uniti da una sfacciata e intensa fragranza

    Promettimi che tornerai, te lo prometto…

    Partiamo da qui per entrare subito nel senso del romanzo, nel cuore della narrazione. Una lei che prega un lui, banale forse scontato, intenso e commovente come ogni storia d’amore che si rispetti.

    Questa è una storia d’amore speciale, d’oltralpe e oltre il tempo. Non è nemmeno un romanzo, è una storia, non solo una storia d’amore, ma un incontro di emozioni, desideri, dolori e tanto altro per cui non esiste parola, non si trova descrizione.

    La storia è quella di Hervé Joncour che a fine ottocento, per necessità di economia e di mercato, è costretto a lasciare la moglie e viaggiare fino nel lontano Giappone per tener vivi i suoi commerci, la seta appunto. L’importazione del baco da seta, non contaminato nello specifico, tornerà altre quattro volte in questo viaggio attraverso terre sconosciute e lontane, fino a far approdare il protagonista nel villaggio in cui conosce una ragazza splendida, che in una leggerezza nebulosa diventerà la sua amante.

    Regna l’equilibrio tra le parti, l’esattezza nei gesti, la perfezione nei modi e nell’abbigliamento, il controllo delle emozioni e dei gesti in profondità: nostalgia per i sentimenti non vissuti, contemplazione della propria esistenza come uno spettacolo a cui assistere, inquietudine di Hélène, la moglie che lo attende a casa, rivelata prima dell’ultima partenza.

    Scrittura semplice, leggera, impercettibile, è costruita di vuoto e pieno, di silenzi e parole-suoni, di mezze pagine bianche e paragrafi brevi, di ombre silenziose in movimento e paesaggi assolati, degli sguardi seducenti e muti e delle mani di seta della ragazza di Hara Kei, da una parte, e della voce vellutata e suadente di Hélène, la moglie lontana dall’altra, di Oriente e Occidente.

    Vi sono spaccati descrittivi che se si chiudono gli occhi riescono a dare delle immagini dettagliate e affascinanti. Un epilogo finale doloroso ma intenso, un gesto al femminile coraggioso, di grande amore.

    Controverso il giudizio su questa storia, commovente per alcuni, “vuota” per altri, sicuramente intensa.

    Il vino abbinato? Gutturnio dei Colli Piacentini frizzante Doc Montesissa

    Rosso e frizzante, intenso e quasi “sfacciato”, come la storia raccontata è così sfacciata per l’epoca, intensa per emozioni e pericoli, dolorosa per le implicazioni.

    Rosso rubino come la passione ma contrapposto a un dramma che attraversa il mondo in senso letterale, raffinato ma “forte” e deciso. I riflessi violacei donano carattere a questo 2007 vivace e morbido al tempo stesso, ben equilibrato e adatto a accompagnarci nei nostri pasti quotidiani.

    Un vino senza troppe pretese, ma di compagnia, specchio della sua terra e ambasciatore dell’amore e della dedizione di chi lo produce per le proprie origini e per le proprie tradizioni.

    Clarita Kalimocio

    La vendemmia 2008

    mercoledì, 21 gennaio 2009

    C’è chi la definisce capricciosa e chi promettente. Chi la confronta con quella del 2007 e chi la giudica positiva ma con riserva. Cerchiamo di far luce

    L’impressione generale è che la vendemmia 2008 sia stata caratterizzata da un buon andamento complessivo e da un incremento quantitativo rispetto all’anno precedente, il 2007 tanto elogiato dai tecnici e dagli enologi. Parliamo di circa 3 milioni di ettolitri in più, dato notevole, che però non pareggia il conto con la media produttiva degli anni precedenti.

    Quantità e qualità sappiamo però che sono due paramentri distinti e, a volte, persino opposti (se per esempio parliamo di rese). La maggiore capacità di gestire il lavoro in vigna e l’attenzione dei produttori verso la cura dell’intera filiera, contribuiscono però ad diminuire questa differenza, garantendo in certi casi un ottimo rapporto tra la quantità delle uve e la qualità del vino.

    A guidare l’incremento produttivo, in questa vendemmia, sono le regioni del sud Italia. Il centro-nord sembra aver subito una flessione, in particolare la Lombardia, la Valle D’Aosta e la Liguria, mentre la Sicilia presenta con orgoglio un +35% di uve raccolte. In generale la situazione non è però omogenea e i picchi di ipotetica eccellenza si registrano a macchia in tutta la penisola.

    Per entrare nello specifico, alcuni esperti si sbilanciano a prevedere Dolcetti e Barbere di buon livello e addirittura evoluzioni eccellenti per quanto riguarda i Nebbioli da Barolo e da Barbaresco, Nebbiolo d’Alba e Roero. Ottime anche le basi spumante.

    Ecco che l’andamento climatico bizzarro (il vero decisore del risultato finale) e il duro lavoro di chi coltiva e vinifica con passione, hanno diseganto un quadro eterogeneo e diversificato, tutto da scoprire alla ricerca delle sorprese che sicuramente nasconde.

    La Barbera

    giovedì, 11 settembre 2008

    Un vitigno maschile da vita ad un vino al femminile. Un grande risultato, rafforzato dalla tradizione, che sa andare oltre le questioni di “etichetta”

    La BarberaNella tradizione piemontese questo vino è sempre stato indicato al femminile, mentre il vitigno al maschile.

    Il Barbera è in sé un vitigno meno antico di altri coltivati in Piemonte (moscato, grignolino, nebbiolo), ma la sua espansione è stata costante nel tempo, fino a rappresentare attualmente il più diffuso vitigno a bacca rossa della regione.

    Si tratta di un vitigno “rustico”, robusto, con notevole capacità vegetativa, che offre un’elevata produzione di grappoli.

    Stasera ho bevuto una Barbera completamente spoglia

    Anche una bottiglia senza etichetta può regalarci sorprese inaspettate.
    Non sempre l’abito fa il monaco. Per il vino dovremmo ricordarci un pò più spesso questo detto popolare.

    Capita a volte infatti che un vino “blasonato”, con un’etichetta importante e un prezzo non meno consistente ci invogli all’acquisto, ad una degustazione inquinata da grandi aspettative, per poi deluderci.

    Per me stasera non è stato così. Regalatami direttamente da un produttore, la Barbera 2007 che ho assaggiato non aveva ancora vestito la sua etichetta, eppure il vino era equilibrato, corposo, profumato e persistente.

    Cosa volere di più?

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