Etty Hillesum

“Ogni situazione, buona o cattiva, può arricchire l’uomo di nuove prospettive. Se abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare, allora non siamo una generazione vitale”

Incasellare Etty Hillesum nella ormai corposa compagine de “lo scrittore del mese” è irriverente e probabilmente inappropriato. Forse per questa occasione bisognerebbe chiedere ai fautori fantasiosi di enotecaletteraria la possibilità di coniare “il personaggio del mese” o ancor meglio “l’anima femminina e coraggiosa della storia”.

Non unico esempio di coraggio ed intraprendenza, Etty Hillesum ha di rinnovato quella mia parte combatutta ed ombrosa che viene definita dagli addetti ai lavori “spirituale”. Non mistica ma protesa di certo.
Etty nasce nel 1914 a Middelburg da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica e muore nel 1943 ad Auschwitz. Biografia essenziale, un accenno così alla vita, mi rendo conto, terribilmente minimalista, ma la cultura e gli accadimenti della stessa, la sua tenacia, il suo “sapore” si ritrovano nei suoi diari, nei suoi scritti, nella lucidità con la quale la giovane donna affronta la tragicità del suo tempo, opponendo una resistenza interiore al male e ricercando con tenacia e fede in Dio tracce di quel bene che pare assente e forse addirittura inesistente.

Un suo libro che ha dato inizio alla mia “scoperta” è stato L’intelligenza del Cuore. Mi sono chiesta da subito come fosse possible che al cuore appartenesse l’intelletto, il cuore, così ci insegnano, è governato dalle emotività, tutt’al più dalla passione.

Eppure ripercorrendo la vivacità e la spontaneità della scrittrice, simile a quella di moltissime donne, la si ritrova in tutta la sua infelicità: in preda spesso a sfibranti malesseri fisici che a poco a poco lei riconduce a una chiara relazione con tensioni di ordine spirituale. Etty cresce con vuoti affettivi importanti che la portano a vivere relazioni sentimentali complicate, che la lasciano “lacerata interiormente e mortalmente infelice”. Vive relazioni ambigue, non ultima quella decisa che cambierà la sua vita: l’incontro con lo psicologo ebreo tedesco, Spier, che la guida in un percorso di realizzazione umana e spirituale.

Il suo capolavoro sono senz’altro i Diari, nelle cui pagine iniziali compare la parola “Dio” quasi inconsapevolmente, quale espressione del linguaggio quotidiano, per poi crescere a poco a poco sino a condursi e condurci in un dialogo molto più intenso con il divino, che è parte dell’intimità: “quella parte di me la più profonda e la più ricca in cui riposo è ciò che io chiamo Dio”.
Un rapporto e una concezione del divino lontano da dogmi, doveri e costrizioni, qualcosa che veramente è capace di guidare ed illuminare la mente ed il cammino. Il suo capolavoro va letto perchè esistono pareri discordanti sul messaggio trasmesso, è complesso ed appassionato e se non conquista nell’immediato rimane depositato in quella parte misteriosa della mente pronto a rielaborarsi ed arrivare al compimento.

Discordo con quanti affermano che sia frutto del logorio del dramma storico, ci leggo invece quella maturità che è dei saggi o, come va di moda definirli oggi, degli illuminati, di coloro che sono stati capaci di dare un senso a percorsi umani trasferendoli ad atteggiamenti d’amore. Ma che dire, qui è esteso il mio invito, uno scambio d’opinione che sarà comunque e senz’altro interessante.

“Molti uomini sono ancora geroglifici per me, ma pian piano imparo a decifrarli.
È la cosa più bella che io conosca: leggere la vita degli uomini.(…)”

a cura di Clarita Kalimocio

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