Banana Yoshimoto

“nella speranza che tu possa trovare conforto nella notte,
perché lì termina la veglia e si apre al sonno…
quel sonno che viene come la marea. Opporsi è impossibile”.

La dedica, di un’amica, su uno dei libri di Banana Yoshimoto, un’estensione dell’incipit di Sonno Profondo, e la consapevolezza di quanto io tema la notte, per i suoi spazi scuri, i silenzi, le pause che risuonano in me come tormenti, litania di un viaggio che non trova fine.

Eppure la stessa notte, gli stessi silenzi, le medesime pause trovano qui uno spazio privilegiato, quasi ad opporsi a quella scomoda luce del mattino, per me tanto agognata, qui tanto odiata. Accanto a ciò un tema altrettanto spinoso: la morte. In Sonno Profondo la protagonista è una ragazza che dorme quasi tutto il giorno ed è distratta dal suo torpore dalle sole telefonate dell’amante, sposato con una donna ridotta in stato vegetativo a seguito di un incidente stradale. Sul palcoscenico si inserisce con forza il tema della morte legato alla scomparsa di una cara amica.

Ma non è una visione drammatica, tragica, forte. È altro: è il pensiero orientale, è la tradizione mistica, e al tempo stesso molto pragmatica del Giappone, è l’inevitabilità di un evento che, per quanto possa non essere desiderato, mantiene un fascino che difficilmente si può ignorare.
Eppure Banana Yoshimoto non è una scrittrice esoterica. Anche se in alcune interviste ha rilasciato dichiarazioni su prossime pubblicazioni noir, anche se le tematiche spesso affrontate nei suoi romanzi non sono di facile dialogo.

Ma è l’affrontarle con la qualità più affascinante riconosciutale dalla critica: la sua semplicità, non una mancanza di stile, piuttosto un modo nuovo di raccontare il divenire della vita. La capacità più interessante della Yoshimoto è il saper trasformare storie dalle trame semplici in qualcosa di molto più profondo ed accattivante, spostando il racconto in una dimensione che poco rappresenta l’oggettività spazio-temporale degli accadimenti trasferendo il tutto in uno spazio fiabesco in cui i piccoli gesti quotidiani diventano un’occasione di intimo contatto, un modo per mutare reciprocamente e di soffermarsi sui particolari.

Uno stile manga il suo, così è stato definito, ma che vuole essere molto di più, tematiche quindi complesse ma che non trasmettono mai ossesione, ansia o frustrazione ma invitano alla riflessione, nemmeno quando in Honeymoon racconta delle crudeltà commesse da una setta statunitense di cui fanno parte I genitori della protagonista.

Morte abbiamo detto in sonno profondo, solitudine giovanile con una geniale reinterpretazione dei protagonisti familiari in Kitchen, il suo romanzo d’esordio, tradotto in 60 lingue, in cui la famiglia non si può solo scegliere ma persino inventare, in un crescendo tragicomico di ambiguità.
Anche l’amore viene trattato in tutte le sue forme, infatti, non sono presenti solamente amori eterosessuali, ma anche amori omosessuali.

In Sly affronta il problema dell’Aids anche qui in un modo insolito e nuovo immaginando un viaggio “una forte emozione, il nostro viaggio disperato, una piccola gentilezza, non erano affatto inutili. […] Lo splendore delle azioni degli uomini, intrepidi o sciocchi che siano, vive per sempre”.
Un’autrice pervasa da grandi profondità, da un’espressività insolita ma gradevole che la rendono “per tutti” una buona compagnia.

Ed ora qualche nota biografica: nata in Giappone nel 1965, figlia di un celebre saggista e filosofo degli anni ’60 e sorella di una disegnatrice di “anime”. Che altro dire, noiose le note che non si addicono ad un libero pensiero qual è Mahoko Banana è lo pseudonimo adottato durante il periodo universitario.

a cura di Clarita Kalimocio

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