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    Periodicamente un autore che ha lasciato un segno con i suoi libri. Scrittori che si raccontano attraverso le loro opere, romanzi capaci di “rimanere”

    Wislawa Szymborska

    Una poesia da vivere e da amare

    “In un discorso, pare, la prima frase è sempre la più difficile. E dunque l’ho già alle mie spalle…”.

    Con questo parole Wislawa Szymborska si rivolse agli Accademici di Svezia quando, nel 1996, le fu conferito il Premio Nobel per la Letteratura. La polemica fu immediata, a dire il vero imbarazzante. Mentre Iosif Brodskij definiva la poetessa polacca “con Herbert, una delle più grandi voci poetiche attuali” e la poetessa russa Anna Achmatova la traduceva, gli opinionisti italiani usavano l’aggettivo “sconosciuta” e interpretavano il riconoscimento come un tentativo di rivalutare una letteratura secondo loro “affossata” (forse dimenticando il Premio Nobel del 1980, Czeslaw Milosz).

    Intanto Wislawa Szyborska, per la prima volta in Italia, schiva per natura e irraggiungibile ai giornalisti, iniziava anche in Italia a fare proseliti, iniziando un sodalizio con l’editore milanese Vanni Scheiwiller che, con intuito precorritore, proprio nel 1996 pubblicava una prima raccolta della poetessa polacca, “Gente sul ponte”, seguita nel 1997 da “La fine e l’inizio” e nel 2002 da “Taccuino d’amore”. Nel mezzo si colloca la scelta antologica edita da Adelphi nel 1998, “Vista con un granello di sabbia”.

    Nel successivo “Ogni evenienza” si leggevano questi versi:

    “Sono saltati giù dai piani in fiamme
    uno, due, ancora qualcuno
    sopra, sotto.
    La fotografia li ha fissati vivi,
    e ora li conserva
    sopra la terra verso la terra.
    Ognuno è ancora un tutto
    con il proprio viso
    e il sangue ben nascosto.
    C’è abbastanza tempo
    perché si scompiglino i capelli
    e dalle tasche cadano
    gli spiccioli, le chiavi.

    Restano ancora nella sfera dell’aria,
    nell’ambito di luoghi
    che si sono appena aperti.
    Solo due cose posso fare per loro
    descrivere quel volo
    senza aggiungere l’ultima frase.”

    È il dramma delle Torri Gemelle, fermato dalla Szymborska in una poesia tanto più terribile quanto più “quasi leggera”, come nel suo genere.

    Nata a Kornic nel 1923, Wislawa Szymborska vive a Cracovia dal 1931. Nella sua figura mitica, nella sua età avanzata, ci sono i segni ma anche la freschezza di chi la vita l’ha vissuta e si ostina a farlo, a tutti i costi.

    A tutti i costi, come la vita che si impone nelle sue poesie:

    “I cuori battono nelle uova
    Crescono gli scheletri dei neonati (…)
    Chi ne afferma l’onnipotenza (della morte, ndr)
    è lui stesso la prova vivente
    che essa onnipotente non è
    Non c’è vita
    che almeno per un attimo
    non sia immortale.
    La morte
    è sempre in ritardo di quell’attimo”

    (da “Sulla morte, senza esagerare”).

    L’abitudine di intellettuale alla chiarezza cui la Szymborsza ci ha abituati torna in Uno spasso, in un linguaggio scarno, così lucido da sembrare impietoso, come in “Decapitazione”:

    “Décolleté deriva da decollo,
    decollo significa taglio il collo.
    La regina Stuarda
    salì al patibolo con una camicia adatta.
    La camicia era scollata
    e rossa come un’emorragia”.

    Uno sguardo che non smette di essere raziocinante e implacabile neppure quando parla di amore e le uniche parole che la poetessa riesce a rivolgere al suo uomo in “Nulla due volte” sono “Ci sei. Perciò devi passare./ Passerai. E in ciò sta la bellezza”.

    Ruvida e dignitosa nel lessico, come un uomo; maschile anche in quella precisione ironica che molti hanno sottolineato con la sua cifra più significativa. Nella lirica “Uno spasso”, parlando del genere umano tocca picchi di una ferocia inaudita:

    “Gli è venuta voglia di felicità,
    gli è venuta voglia di verità,
    gli è venuta voglia di eternità.
    Ma guardatelo…
    è quasi una nullità,
    ma in testa non ha che onniscienza, essere e libertà,
    al di là di una carne stolta”.

    Ma se è vero che come spesso accade negli spiriti particolarmente percettivi, la ferocia della Szymborska è figlia di un eccesso di intelligenza e, quindi, di consapevolezza e dolore, è anche vero che essa non si pietrifica in freddezza e in rifiuto del mondo. Ma diventa pietà e, addirittura, ammirazione:

    “Eppure sembra esistere,
    è accaduto davvero…
    Ed è accanito
    accanito, va ammesso, e tanto.
    Con quell’anello al naso, la toga, il maglione.
    Uno spasso, comunque.
    Un poveraccio, qualunque.
    Proprio un uomo”.

    Consapevole della caducità del bello e di ogni cosa umana, perennemente alla ricerca di una felicità che non sembra essere contemplata nel “contratto iniziale”, ala Szymborska non resta che il sorriso con cui in una poesia ringrazia chi non ama per “il sollievo con cui accetto/ che siano più vicini a un altro…”.

    Non resta che ridere e amare questo mondo indicibile e indifeso, senza schiamazzi e compromessi. E se c’è qualcuno cui chiedere scusa è alla poesia, per quel paio di parole prese a prestito su cui si fatica “per farle sembrare leggere”.

    a cura di Ilaria Maria Dondi
    info@imdcomunicazione.com

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