Sabato, Addio di Marco Archetti

Un romanzo aspro e a tratti malinconico, dal ritmo cadenzato, quasi molle, che racconta la triste storia di un uomo incapace di affrontare la propria ...

Un romanzo aspro e a tratti malinconico, dal ritmo cadenzato, quasi molle, che racconta la triste storia di un uomo incapace di affrontare la propria esistenza

Ho iniziato la lettura dell’ultimo romanzo di Marco Archetti con una buona dose di scetticismo. Devo ammettere che lo stile mi è piaciuto sin da subito e mi ha aiutato non poco a proseguire nella vicenda. Il protagonista sulla carta (ma non certamente nella vita che Archetti ha voluto costruirgli addosso) è Filippo, uomo non più giovanissimo, impigliato nella routine densa e opprimente di Brescia, città (la mia città) descritta nei suoi tratti meno attraenti, forse quelli che potremmo definire “più caratteristici” ma anche legati a certi luoghi comuni.

Filippo, il nostro antieroe, abita in uno dei quartieri più problematici della città, simbolo di paradossi sociali ormai noti alla stragrande maggioranza dei cittadini bresciani, e trascorre i propri sabati a passeggiare per le vie del centro con il proprio amico Gigi, senza che nulla mai accada di differente. I due amici sono occupati in discorsi generalisti, senza poter dire di conoscersi veramente nonostante le tante ore passate uno accanto all’altro, sempre in attesa di piccoli ma incredibili eventi esterni in grado di scuoterli, come il sorriso di una ragazza che passa loro accanto e colora d’argento l’aria stantia che sono soliti respirare.

Tutto il mondo di Filippo, diviso tra il lavoro, il bar dell’anziano padre e i sabati trascorsi a passeggiare con Gigi, crolla quando l’amico incontra una ragazza e si sposa. Ecco gli inferi, il labirinto nel quale perdersi, il baratro senza fondo che porta Filippo a lasciarsi sommergere da tutto ciò che di negativo lo circonda, sino alla tragedia finale, già anticipata al lettore nelle prime righe del romanzo.

Sabato, Addio è certamente l’opera di uno scrittore sensibile ed abile, capace di dosare gli elementi della narrazione in maniera non banale. Tutto ciò premesso devo ammettere che il dipanarsi della vicenda in sé mi ha creato alcuni disturbi nel corso della lettura. Non sono certo digiuno in fatto di autori che spingono sul pedale della “negatività” circa la condizione umana, che sondano i terreni di confine, le lunghe ombre proiettate da tutto ciò che resta solitamente nascosto, scavando nell’animo umano quando questo si abbandona all’abisso ed infine si perde. Stavolta, forse, il vedere tutto questo contestualizzato tra le vie della stessa città nella quale vivo e che ho imparato ad amare malgrado le sue mancanze, ha creato in me una sorta di “rifiuto” della narrazione.

Non so spiegarlo altrimenti ma la vicenda di Filippo mi ha avvolto in un’atmosfera opprimente e distonica in certi passaggi, facendomi avvertire un senso di vuoto a cui non ero forse preparato. Accantonando, ma non certo abbandonando, per un momento il personalissimo effetto che la storia di Marco Archetti ha sortito in me, non posso non chiudere affermando che si tratta di un romanzo indubbiamente capace di lasciare un segno marcato, sintomo del fatto che ha raggiunto, in che misura lo decida ognuno di voi, qualcosa di autentico.

Marco Andreani
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  1. Lo leggerò,non ora ma lo leggerò.

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