Roulette Russa

Inauguro luglio con il primo di 4 racconti vinosi. Ringrazio di cuore la persona che ha voluto donarli a questo piccolo spazio che unisce lettere e ...

Inauguro luglio con il primo di 4 racconti vinosi. Ringrazio di cuore la persona che ha voluto donarli a questo piccolo spazio che unisce lettere e vino

“E da bere, che cosa vi porto?”. Il suono di quella manciata di parole arrivò smorzato fino a loro, anche se sufficientemente chiaro per gettarle nel panico, tutte o quasi: “E se ‘sta volta tocca a me? Finora l’ho scampata, però non è detto che mi vada sempre bene”, pensò la bottiglia di Barbera del Monferrato 2006, sperando in cuor suo di passare inosservata, lì in mezzo alla seconda fila in basso a destra. “In fondo, è anche vero che son qua per questo”. Già. A ben vedere, era proprio così. Però l’idea di essere strappata dalla tranquillità dello scaffale della piccola cantina annessa alla sala da pranzo del ristorante per finire su una tavola, e lì versare il suo prezioso contenuto nei bicchieri la terrorizzava; e poi… non osava pensare al poi! Il momento che temeva di più era l’apertura, quando quello strano strumento di tortura entrava senza riguardi nel tappo e lo strappava via a forza. Non che avesse mai provato un’esperienza simile, ma bastava il ricordo dell’eco dello schiocco sordo che seguiva di poco la partenza di una delle tante sorelle perché un brivido le corresse lungo l’intero vetro.

“Se prendono me, brinderò a tutte voi, fifone che non siete altro”, sbottò con voce ferma un Barolo piemontese 2000. Si credeva il migliore di tutti, lui, e complice un’etichetta grintosa tendeva spesso a comportarsi da spavaldo. “Sì, fai presto tu a parlare: con quel che costi, sarà ben difficile che scelgano proprio te”, gli rispose in modo spiccio una giovane Bonarda dell’Oltrepò Pavese 2009. “Ma quelle come me non è che possano stare tranquille più di tanto”. Nel silenzio generale che seguì, si udì una vocina sussurrare: “Calma, sorelle, è inutile che ci agitiamo per niente. In fondo, dipende tutto da ciò che hanno ordinato a quel tavolo: possiamo dire e pensare quel che vogliamo, ma noi non abbiamo altra possibilità se non aspettare”. A parlare era stata una bottiglia più chiara che, nella cantinetta refrigerata dei bianchi, custodiva un Verdicchio dei Castelli di Jesi 2010. “Io so che posso dare tanto, ad esempio insieme ai crostacei, e quindi mi rassegno: se i signori al tavolo ordinano gamberoni, sarò ben contenta di rendere ancora più piacevole la loro cena”. “Eccola lì, ha parlato la biondina…”, la sbeffeggiò un Vermentino di Gallura, “fa tanto la santerellina, ma sotto sotto trema anche lei”. Diceva così per tenere a freno la propria, di paura; e intanto che parlava, incrociava le dita – in senso metaforico – sperando che quei commensali non optassero per piatti piccanti da accompagnare con un bianco tipo il suo.

“Insomma, la volete finire? Tutte le volte, la stessa scena: ‘Io no, io sì, io forse…’. Siete delle ingrate, oltre che fifone: tanta fatica per arrivare fino a qua, e voi a lamentarvi continuamente. Avreste forse preferito finire dimenticate in fondo al magazzino di un distributore, o essere rimaste a marcire in grappoli nelle vigne?”. A queste parole, i mormorii si chetarono. Non aveva tutti i torti, quella formosetta che conteneva a stento l’esuberanza di un Franciacorta Millesimato 2007. “Parli bene anche tu: tanto sai che ti stappano solo per brindare!”, la rimbrottò con un lieve accento meridionale un Primitivo di Manduria 2006. “E no, caro mio: hai mai sentito parlare di bollicine a tutto pasto?”, squittì di rimando la frizzante bresciana.

Il rumore dei passi che scendevano i pochi gradini per arrivare alla cantina mise fine a ogni discussione. Immobili, mute e con il fiato sospeso, le bottiglie attesero che la mano del sommelier puntasse verso il collo di una di loro. Toccò a un Morellino di Scansano 2008, il quale prese mentalmente congedo dalle sorelle e con grande dignità andò incontro al proprio destino. “Si vede che lì di sopra preferiscono la carne, stasera”, mormorò rilassandosi la bottiglia di Verdicchio. Nemmeno il tempo di tirare un sospiro di sollievo, che dall’alto giunse di nuovo l’eco della più inquietante fra le domande: “E da bere, che cosa vi porto?”.

Fiorenza Auriemma
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  1. Bellissimo racconto, complimenti!

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