Le Uova Fatali di Michail Bulgakov

Dall'autore del più noto Il Maestro e Margherita, un librino pungente e satirico. Con Le Uova Fatali Bulgakov racconta le paure verso un ...

Dall’autore del più noto Il Maestro e Margherita, un librino pungente e satirico. Con Le Uova Fatali Bulgakov racconta le paure verso un progresso alienante

Le Uova Fatali di Michail Bulgakov è un romanzo “conservatore“, satirico, grottesco e quasi fiabesco (non per niente la tradizione russa è da sempre intrisa del sapore magico e al contempo abilmente strutturato delle fiabe).

La storia è quella del professor Persikov che, nel suo laboratorio, costruisce il terribile raggio rosso “portatore di vita”, arma dalle conseguenze terrificanti, premonitore di un progresso genetico e di una rivoluzione tecnologica estremizzati e osservati con angoscia e preoccupazione.

Questo piccolo-grande libro di Bulgakov è stato definito dalla critica “conservatore” e “contro utopico”, risalente a una tradizione narrativa satirica radicata della cultura sovietica. È certo che trova collocazione in un periodo storico di grande fermento per la Russia.

Le Uova Fatali e l’altro romanzo avveneristico di Bulgakov, Cuore di Cane, sono stati infatti scritti entrambi tra l’ottobre del 1924 e il marzo del 1925. Quegli Anni ’20 quindi che hanno visto svilupparsi e degenerare gli ideali rivoluzionari in Russia, accompagnati dal proliferare (quasi una clonazione) di corruzione, speculazione, burocraticizzazione eccessiva, perdita dei valori e disincanto politico.

Ecco che, in un simile panorama, l’unico strumento in mano ai romanzieri rimane la satira e l’ecceso. Il grottesto di situazioni reali, l’utopia e la contro utopia di un mondo che sembra rigettare l’uomo e la sua natura.

Leggere questo Bulgakov adesso non ha forse più la forza, il valore e il significato che poteva avere sessant’anni fa. Certo è che in libri e autori simili si trova sempre qualcosa di famigliare o di paragonabile al proprio contesto socio politico, qualcosa che ci fa riflettere, che ci arricchisce, che, una volta tanto, ci fa pensare.

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