L’Arte è per Tutti – Keith Haring a cura di Christina Clausen e John Gruen

Un film più libro sulla vita e le opere di Keith Haring. Forse non la lettura più adatta a comprenderne l'arte, ma certo un modo per intravederne ...

Un film più libro sulla vita e le opere di Keith Haring. Forse non la lettura più adatta a comprenderne l’arte, ma certo un modo per intravederne l’umanità

Un piccolo e utilissimo libro per comprendere meglio il favoloso mondo di Keith Haring, uno degli artisti più amati dal pubblico nel panorama dell’arte contemporanea e anche uno dei più prolifici, nonostante la sua breve vita.

Sono poche pagine fatte di testimonianze di parenti e amici e di stralci scritti da Keith Haring stesso. Frammenti più che altro, in grado di farci assaporare l’umanità di un artista che è sempre stato e sempre sarà giovane, gioioso nell’esprimere con i colori e le forme anche temi delicati, in anni difficili, come il razzismo, l’Aids, l’omosessualità, il sesso.

Morto di Aids a 31 anni, Keith Haring fu artista completo e consapevole, ispirato e attento, incapace di rimanere un solo momento senza disegnare, generoso oltremodo con la gente, soprattutto in rapporto al resto del mondo dell’arte, notoriamente distaccato e superiore.

Il libro accompagna un film sulla vita del giovane e geniale artista che ricostruisce la sua carriera dall’infanzia sino alla morte precoce. Un documento davvero interessante per comprendere un’arte spesso sminuita perché popolare ma, forse proprio per questo motivo, forte e determinante come poche altre.

Ma lasciamo parlare Keith Haring in un passo particolarmente significativo di questa piccola opera, quando racconta di alcuni dipinti realizzati per una mostra alla Shafrazi Gallery intorno al 1988.

“Furono realizzati dopo che mi fu diagnosticato l’Aids. Era un periodo particolare sia per me che per il mondo dell’arte. Stava emergendo un nuovo gruppo di artisti che avevano attratto l’attenzione di chi fino a poco tempo prima si era interessato a me, Jean-Michel e Julian Schnabel. Erano gli artisti Neo-Geo, gente come Jeff Koons, Ashley Bickerton, Peter Halley e Meyer Vaisman, a cui piaceva tenere lunghi discorsi intellettuali sul linguaggio e impantanarsi in se stessi. Diventarono esattamente ciò che l’elitario mondo dell’arte desiderava e ciò di cui ha bisogno per prendere le distanze dalle masse e dal resto della cultura, data la sua natura anale e autoreferenziale. […]. In un certo senso ne ero felice, perché così avevo qualcosa contro cui combattere. A sostenermi non erano i musei o i curatori ma persone vere. E mi andava bene così perché in ogni caso avevo sempre cercato di passare sopra a tutte quelle stronzate”.

Marco Andreani