La Sorella di Freud di Goce Smilevski

Un romanzo che lascia un segno forte e delicato al tempo stesso, una storia che non ha tempo ma che ha bisogno del giusto tempo per essere letta

Mi trovo, con una certa difficoltà, a scrivere di questo romanzo affascinante e straziante, colmo di delicatezza e di infinita tristezza. La Sorella di Freud di Goce Smilevski colpisce lo stomaco di chi legge e lavora in profondità, lasciando un sapore forse amaro, consapevolmente e ineluttabilmente amaro.

Si tratta di un libro non semplice da leggere, non tanto per i temi trattati, quanto per come questi temi vengono esposti, passando attraverso la vita, le speranze, il cuore e la mente di una persona fuori dal comune per vicende e parentele, ma nella quale ogni essere umano potrebbe facilmente identificarsi per la natura universale delle emozioni che ne accompagnano il cammino.

La vita che ci viene mostrata è quella di Adolfine Freud, una delle sorelle del padre della psicanalisi, dai ricordi d’infanzia alla vita in famiglia, dai rapporti con Sigmund ai sette anni passati nella clinica psichiatrica il Nido, dal periodo della Grande Guerra sino alla fine, con la deportazione e la morte nel lager, insieme alle sorelle.

Adolfine nasce nel 1862 e muore nel 1943. La sua storia è colma di dolori, di perdite ma anche di forza e coraggio, con un grande rimpianto per non esser mai stata madre e con le divergenze filosofiche e umane che la separavano dall’ingombrante ma amata figura del fratello Sigmund.

Goce Smilevski descrive con delicatezza ed eleganza l’attraversare la vita di una donna, quasi in punta di piedi, con la paura di rompere qualcosa intorno a sé, con lo sguardo di chi non pretende mai nulla se non un po’ d’amore e di condivisione. La sensazione è quella di un velluto di pensieri e parole sopite che accarezza e a tratti soffoca il lettore, opprimendolo con un concentrato di “troppa vita tutta insieme”.

I sette anni passati da Adolfine al Nido, sino alla sua decisione di tornare all’esterno all’età di 41 anni, rappresentano il suo personale purgatorio prima del temporaneo riaffacciarsi alla vita precedente all’inferno hitleriano. Al Nido Adolfine sceglie consapevolmente di vivere, dividendo stanza e silenzi con la sua amica Klara, sorella di Gustav Klimt, anch’essa prigioniera consenziente dell’istituto psichiatrico guidato in quegli anni dal professor Goethe.

Nelle pagine che descrivono questi sette anni il lettore si immerge nella follia delle povere anime rinchiuse, nelle voci e nelle grida dei pazienti, nei rari momenti di pace, rappresentati dal silenzio notturno. Qui la scrittura si fa a tratti didattica, riportando estratti da lettere e scritti di Van Gogh, Freud, Schopenhauer, Nietzsche, come a voler fornire peso e concretezza scientifiche a una pazzia che altro non è se non una possibile declinazione dell’animo umano.

La Sorella di Freud è un libro scritto molto bene, ma anche pieno di fantasmi, fantasmi che hanno voci, voci di persone che hanno paura del buio e dei propri ricordi, pur ricercandoli in maniera forsennata e, a volte, deliberatamente insana.

La vita di Adolfine finisce senza nemmeno la consolazione di una morte pacifica, finisce ricordando per immagini e preparandosi all’oblio, e la sensazione che rimane chiudendo il libro è di confusione, un pizzico di vuoto e un leggero pizzicore dietro le palpebre. Un libro da leggere, ma da leggere al momento giusto.

Marco Andreani
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