Il Vino di Neruda ieri e oggi, il Cile Vitivinicolo

Un piccolo viaggio alla scoperta del vino cileno ieri e oggi, un percorso tra la storia e i versi di un grande poeta che amava il vino come amava la vita ...

Un piccolo viaggio alla scoperta del vino cileno ieri e oggi, un percorso tra la storia e i versi di un grande poeta che amava il vino come amava la vita stessa

Il Cile oggi rappresenta forse il meglio della produzione vitivinicola del Sud America. La lunga fascia costiera del Cile ha storicamente favorito gli insediamenti e, di conseguenza, la viticoltura, soprattutto nei territori circostanti la capitale, Santiago del Cile. La situazione generale è attualmente piuttosto drammatica, e le cause principali risiedono in gran parte nella conformazione stessa di questo territorio, con poche altre zone sviluppate, anche se magari maggiormente vocate di altre alla coltivazione della vite. Mi riferisco ad aree relativamente nuove come la Valle Casablanca, nelle colline costiere di Secano che, già dal nome, fa presagire problemi legati alla mancanza di una corretta irrigazione.

Al di là di questi casi specifici il Cile, con la sua estrema varietà di suoli, è nel suo complesso un paese ricco di acqua e, considerando che il passaggio delle stagioni avviene al contrario rispetto a noi, le vendemmie (generalmente tra marzo e aprile), riescono a proporre i vini cileni sul mercato internazionale con circa 6 mesi di anticipo.

La viticoltura in Cile deve la sua origine all’epoca della colonizzazione spagnola – verso la metà del ‘500 – e, soprattutto, all’opera fondamentale dei monaci. Questo ha fatto si che il Cile sia, da sempre, produttore di pregiati vini rossi, con una minore predisposizione ai vini bianchi di qualità. Questo ultimo aspetto mutò notevolmente intorno agli anni alla metà degli anni ’80 del ‘900 con l’introduzione di barriques nuove dalla Francia per la produzione dei vini bianchi, a discapito delle tradizionali botti in legno di rauli, che donavano al vino un retrogusto poco gradito ai consumatori dei paesi importatori.

Il Cile punta comunque da sempre la sua identità vitivinicola sui rossi, con quello che si può considerare la sua punta di diamante, il Carmenère. Si tratta di una varietà di Bordeaux, vitigno che, soprattutto se raccolto con un leggero ritardo dà vita a vini intensi, decisi, con note di frutti rossi sovramaturi.

Questo vitigno, quasi scomparso a causa della fillossera, è stato salvato dal Cile grazie ad un’interessante e quasi unica caratteristica morfologica. La fillossera, il terribile insetto che decimò le coltivazioni di uva in Europa nella seconda metà ‘800, trova infatti un ambiente particolarmente ostile nel territorio cileno. Le viti, situate al di là della Cordillera, non permettono infatti la vita dell’insetto per due motivi: l’alta quota e le sabbie che lo feriscono e lo uccidono provocandogli lesioni letali all’addome.

I principali vitigni coltivati oggi in Cile sono: Cabernet Sauvignon, Carmenère, Chardonnay, Merlot, Pinot Nero, Sauvignon Blanc, Syrah

Ecco che il quadro sin qui descritto, certamente non esaustivo, vuole dare anche sono un’idea di cosa ha significato e significa oggi fare viticoltura in Cile, un territorio nel quale le coltivazioni possono essere veramente definite eroiche, senza timore alcuno di essere smentiti. Su questi suoli e montagne, tra queste acque e in queste città ricche di vita e di voglia di fare, ha mosso i suoi primi passi, all’alba del ‘900, il grande poeta Pablo Neruda. Neruda ha sempre portato la sua terra tra i suoi versi, raccontando pulsioni, sogni, storia e immaginazioni del suo popolo.

In tutta la sua opera il vino è presente ma, in particolar modo in alcuni passi della sua splendida autobiografia Confesso che ho Vissuto, Pablo Neruda parla del vino cileno della sua infanzia e del suo presente, regalandoci splendide suggestioni degne dei grandi amori.

Neruda descrive il centro del Cile, nello specifico la città di Parral dove nacque nel 1904, come un territorio dove “crescono le vigne e il vino abbonda” e, proseguendo nel suo personale racconto, ricorda che: “I miei bisavoli avevano delle vigne. Parral, il villaggio in cui sono nato, è culla di aspri mosti. Da mio padre e dai miei zii, don José Ángel, don Joel, don Oseas e don Amos, ho imparato a distinguere il vino pipeño da quello filtrato. Ce n’è voluto perché capissi la loro preferenza per il vino non raffinato che gocciola dalla botte, dal cuore originale e irriducibile. Come in tutte le cose, a fatica sono tornato al primitivo, al vigore, dopo aver praticato il perfezionamento del gusto, assaggiato il bouquet formalista. Lo stesso accade con l’arte: ci si sveglia con l’Afrodite di Prassitele e poi si passa la vita con le statue selvagge dell’Oceania.”

Neruda ama quindi il vino come ama la vita e l’amore, quell’Amore che “può essere eterno e può esser fugace… che vuol liberarsi per tornare ad amare”. Il grande poeta cileno porta con sé, durante tutta la sua incredibile esistenza, il fascino di un calice di vino, passionale come passionali sono le sue poesie. “Dovunque sono andato ho sempre avuto curiosità per gli itinerari del vino, da quando nasce pestato dai «piedi del popolo» a quando s’imbottiglia in vetro verde o in cristallo sfaccettato.”

Chiudo questo forse troppo lungo articolo con altre parole di Neruda, un ricordo vivido e rappresentativo del vino della sua giovinezza, quel vino cileno che tanto si fissa nella memoria di chi lo assaggia.

“Ricordo l’epoca della mia giovinezza in cui i vini migliori delle nostre terre venivano esportati, per esigenza e per eccellenza. Furono sempre troppo cari per chi, come noi, usava abiti da ferroviere e viveva in tormentosa bohème.”

Marco Andreani