Il Lamento del Prepuzio di Shalom Auslander

Un libro sorprendente, una “satira divina” che tratta con l’arma dell’ironia il complesso rapporto tra Dio e l’uomo, o meglio, tra l’uomo e Dio

Un libro sorprendente, una “satira divina” che tratta con l’arma dell’ironia il complesso rapporto tra Dio e l’uomo, o meglio, tra l’uomo e Dio

Un romanzo certamente coraggioso, sicuramente capace di far storcere il naso a qualche indubbio frequentatore delle domeniche in chiesa, convinto com’è di poter cancellare in un’ora un’intera settimana di peccati.

Qui la religione “sotto accusa” è l’ebraismo. Quella del popolo eletto, eletto ed eternamente perseguitato. E proprio così, perseguitato, si sente il protagonista del romanzo, diviso tra invenzione e autobiografia. A pochi mesi dalla nascita del suo primo figlio e dalla tanto attesa, seppur spiritualmente traballante, felicità con la compagna della vita, Shalom (uno dei nomi di Dio che significa Pace) si trova a riflettere sul rapporto conflittuale con Dio e sul fatto che è fermamente convinto che il divino ce l’abbia personalmente con lui e con la sua famiglia. Non ultimo dilemma quello se far cinconcidere o no il non ancora nato figlio che, in virtù del sacro taglio, zac, sarà o no ufficialmente ebreo.

Auslander rivive la sua vita dalla rigida educazione religiosa, dal rispetto cieco per le regole imposte dalla Torah, sino alle prime effrazioni di queste regole, al cibo non ammesso, alla lussuria e a mille altri peccati decisamente comuni ai comuni mortali. Con Dio parla ogni giorno, costruisce le sue azioni in futuro di come Dio potrebbe reagire, di cosa potrebbe fare a lui e alla sua famiglia, diviso tra il timore e l’ansia che l’altissimo possa uccidere la moglie o il figlio, o tutti e due, e la ferma convinzione che Dio, a volte, sia proprio uno stronzo.

Se il dialogo diretto con Dio è da sempre visto come una comunione spirituale altissima, non si può certo additare questo romanzo di blasfemia, in quanto parla con Dio con molta più sincerità e molta meno ipocrisia della maggior parte delle persone che si ritengono credenti o religiose.

Al di là delle riflessioni personali alle quali il libro ci spinge, invitando a ragionare con Dio come faremmo con un amico, il romanzo ha la capacità ormai rara di far ridere con una satira e un’ironia finissime e quasi grottesche e, al tempo stesso, di aiutarci a comprendere un mondo, una religione, una filosofia come quella dell’ebraismo, forse troppo spesso legata a rigide tradizioni, aperta al divino, ma chiusa al mondo e, considerato che il mondo è la più grande creazione di Dio, di conseguenza forse non così protesa nemmeno verso di Lui.

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