Il Demone di Tanizaki Jun’ichirō

Mi sono trovato di fronte un libro fastidioso con una storia affascinante, come lo sono tutte le storie che racchiudono un erotismo morboso e ...

Mi sono trovato di fronte un libro fastidioso con una storia affascinante, come lo sono tutte le storie che racchiudono un erotismo morboso e opprimente

Il Demone è un racconto giovanile di Tanizaki, datato 1912, che dimostra i suoi anni senza vergogna e che, se non lo si può propriamente definire attuale, rappresenta bene uno stato d’animo di frustrazione e di schiavitù nel quale si rinchiudevano molti giovani giapponesi dell’epoca.

Il giovane Saeki si trasferisce a vivere a Tōkyō, in casa della zia e della provocante cugina Teruko. Non è però l’unico uomo presente. Insieme a loro abita già da tempo anche Suzuki, giovane studente con evidenti difficoltà a rapportarsi con gli altri. Rinchiuso in queste quattro mura Saeki deve far fronte alle avance della cugina, che gli provocano non poco turbamenti, e alle minacce di Suzuki, che vanta un precedente accordo, forse del tutto immaginario, per prendere in moglie Teruko.

La scrittura di Tanizaki è distaccata, poco descrittiva, come la lama affilata di un coltello riflette e taglia, ma non appassiona. C’è una certa grazia stilistica, ma anche un contegno che non permette al lettore di immedesimarsi totalmente in nessuno dei personaggi rappresentati. Non esistono eroi o antieroi, non esistono protagonisti, non vi sono nemmeno colpi di scena a scompigliare le carte in tavola. Vi sono solamente individui che nascondono i propri turbamenti a se stessi e a volte anche al lettore, come quasi si vergognassero di ciò che sono, costantemente in balia di eventi che paiono già scritti, inevitabili nei loro esiti.

Il Demone è un’opera teatrale in definitiva, dove “il demone” potrebbe essere Teruko, l’unica che conosce e accetta la sua condizione, fregandosene altamente delle possibili conseguenze dei suoi atteggiamenti. Ma il demone non è lei, il demone è ovunque e abita ogni personaggio diversamente, con sfumature cangianti. La zia, con la sua paura nel perturbare lo stato delle cose, le acque dell’ordinarietà che sovrasta tutti quanti. Saeki, con la poca consapevolezza personale che lo fa oscillare tra l’inedia e l’ossessione sessuale. Suzuki, con il suo rancore covato negli anni, fatto di promesse che sono forse illusorie e immaginate. Infine Teruko, con i suoi desideri vivi ma sopiti e una passionalità perversa e consapevole.

Tutti i personaggi sono accomunati da emozioni addormentate, censurate, castrate, inevase, emozioni che gridano e cercano uno sfogo che non vogliono e non possono trovare, voci destinate a restare inascoltate, soffocate.

Sinceramente non saprei se consigliare la lettura di questo racconto lungo o romanzo breve. Personalmente posso solo dire che non mi ha coinvolto ma è riuscito comunque a portarmi alla fine con una certa urgenza, un’urgenza non dettata dalla volontà di scoprire un esito che pareva in effetti già scritto, bensì mossa dalla curiosità di capire come l’autore avrebbe gestito lo sviluppo e la fine della storia.

Raramente ho incontrato una struttura ritmica tanto inaspettata, quasi affrettata nei passaggi apparentemente più importanti e ripetitiva nei concetti scontati. Ma forse è questo il polso che Tanizaki voleva trasmettere, il battito distonico che doveva avere il suo racconto, disperato e insano, come quello dei suoi personaggi.

Marco Andreani

Show comments
  1. Stravagante, romantico, seducente, misterioso, trasgressivo, Tanizaki seduce il lettore con un’introspezione che si evolve fino al dramma pur conservando i toni fermi , costretti, controllati, tipici della cultura giapponese ma possono anche sorprendere diventando carezzevoli e lievi.
    Con le sue storie non certo prive di sensualità ed erotismo decadente, scandaglia virtù e miserie dell’animo umano fino alla radice.
    L’ attenzione ossessiva e morbosa come un filo conduttore è su pochi personaggi spesso donne, con le loro gelosie, le loro frustrazioni, le loro complicità, i loro mutamenti interiori sviscerati tra una miriade di sentimenti.
    Pochi personaggi ma al lettore bastano e avanzano tanto è ricca la loro vasta gamma di sentimenti e sensazioni sventagliati e amplificati dai loro piccoli passi verso la vita, pochi, ma possono anche diventare infiniti nel ripetersi in continue combinazioni, triangoli amorosi, legami morbosi ed ossessivi, relazioni empatiche con tutte le specie viventi.
    Il lettore viene rapito e condotto nel loro tragitto interiore con la curiosità di capirne il mistero nel succedersi delle pagine ma loro spesso si perdono nella loro morbosità.
    Se non fosse per i luoghi e i nomi giapponesi a volte i suoi i personaggi sembrano quelli di Dostoevskij e di Flaubert, rivedi Anna karenina, madame Bovary.
    Profondo perché attento alle piccole cose, ai dettagli, come nel libro “elogio all’ombra” dove si perde nelle sue infinite sfumature e ne emerge una bellezza che fa venire i brividi, in bilico fra l’equilibrio dei sensi e la luce abbagliante e frastornante, che privilegia la vista a discapito degli altri sensi.
    Le atmosfere sono tutte dei giochi d’ombra e di penombra nelle case tradizionali giapponesi, con la sfilza di paraventi e pannelli scorrevoli, ma questo viene quasi violentato ed avvilito dall’avvento della lampadina.
    Gli oggetti stanno là proprio per risaltare in quella penombra e perdono il loro fascino con la luce fredda elettrica.
    Lo scrittore ci fa vedere come i giapponesi prediligono il silenzio, le pause, lo stallo, l’attesa, l’ abbandono, come abbiano vivi tutti i sensi come i non vedenti, attraverso descrizioni di piccole cose, piccoli piaceri dilatando il tempo nel silenzio ed è così che sorbire il thè in una ciotola di legno laccato provoca un enorme piacere e ha il significato di un gesto di senso e di bellezza.
    Unico nel descrivere i piacere persino nell’evacuare ogni mattina in un gabinetto da cui poter ammirare, sempre nella penombra, le meraviglie del paesaggio, percepire le essenze .
    Il viaggio che ci fa fare via via che si succedono le pagine è ricco di infinite sfumature persino nel buio a seconda se è in un piccolo ambiente o uno grande, vengono in mente le bottiglie di Morandi.
    Per non parlare delle fiamme delle lanterne e dei loro riflessi che evocano quasi il sacro e il magico.
    Viene da dire che gli occidentali oggi abbiano invece solo un senso vivo: la vista, svilendo e appiattendo tutti gli altri e che non abbiano più l’udito abituati ad ubriacarsi col rumore soprattutto quando sono soli accendendo tutto quello che li può fare allontanare da sé stessi: televisione, lettore, computer, frullatore, lavatrice, aspirapolvere, mentre sono contemporaneamente sul fisso e il cellulare

  2. [Author]

    splendida analisi… complimenti :)

Comments are closed.