I Monologhi della Vagina di Eve Ensler

Era il 1998 quando Eve Ensler portò su un piccolo palcoscenico di New York I Monologhi della Vagina. Leggerli oggi è ancora sorprendentemente ...

Era il 1998 quando Eve Ensler portò su un piccolo palcoscenico di New York I Monologhi della Vagina. Leggerli oggi è ancora sorprendentemente illuminante

A parlare e raccontarsi è la vagina, la vagina di centinaia e migliaia di donne che non hanno mai avuto l’opportunità di conoscere il loro prezioso centro vitale, che l’hanno scoperto troppo tardi, che hanno subito abusi, stupri, violenze e mutilazioni di ogni sorta. La vagina qui è libera di esprimersi, di dialogare, di urlare, di sussurrare sempre con una forza, un coraggio e una dignità tutte femminili.

Il testo è tutto tranne leggero e se alcuni passaggi fanno sorridere e una certa poesia lieve accompagna tutte le pagine, le parti principali e più potenti del testo sono quelle dedicate ai racconti sulle violenze subite dalle donne nel mondo. Tutti i giorni, adesso, ora, in questo preciso momento in cui io scrivo, nell’esatto istante in cui tu lettore leggi le mie righe, una donna nel mondo subisce violenza alla propria vagina e attraverso la propria vagina a tutta sé stessa e a tutte le donne.

Leggere oggi un libro come questo significa imparare qualcosa di nuovo, ricordare qualcosa di antico e fare un piccolo passo verso il futuro. Da queste pagine è bandita la vergogna, il senso sociologicamente distonico del termine VAGINA e tutto ciò che come un velo scende a opacizzare la verità, l’essenza stessa delle donne. Eve Ensler regala voce alle vagine delle donne che intervista nel mondo, dona loro l’opportunità di liberarsi dalle costrizioni di secoli bui, nascoste tra le gambe, spesso inesistenti, mai guardate o scoperte, rinchiuse, maltrattate, schernite, aggredite, non comprese.

I Monologhi della Vagina mi hanno dato grandi emozioni, a volte brutali e sempre sorprendenti. Personalmente la sensazione finale è stata quella di avere ancora tanto da scoprire di un vero proprio universo che dalla vagina arriva a racchiudere l’anima stessa delle donne, quella che noi uomini forse non arriveremo mai a scoprire ma che, fortunatamente, possiamo provare ad ascoltare da chi ha voglia di raccontarsi. Un’occasione da non perdere!

Chiudiamo riportando integralmente un brano basato sulla storia di una donna bosniaca tornata da un “campo di stupro”, una testimonianza risalente all’anno 1993, quando in Europa furono stuprate dalle 20 alle 70 mila donne come tattica sistematica di guerra.

La mia vagina era il mio villaggio

La mia vagina era verde, campi d’acqua rosa tenero, mucca che muggisce sole che si posa dolce ragazzo che tocca leggero con un morbido filo di paglia bionda.
C’è qualcosa tra le mie gambe. Non so cos’è. Non so dov’è. Io non tocco. Non ora. Non più. Non più da allora.
La mia vagina era chiacchierona, non vede l’ora, tante, tante cose da dire, parole parlate, non posso smettere di provare, non posso smettere di dire oh sì. Oh sì.
Non da quando sogno che c’è un animale morto cucito là sotto con grossa lenza nera. E il cattivo odore dell’animale morto non si riesce a togliere. E ha la gola tagliata e il suo sangue inzuppa tutti i miei vestiti estivi.
La mia vagina che canta tutte le canzoni da ragazze, campanacci delle capre che suonano canzoni, selvagge canzoni dei campi d’autunno, canzoni della vagina, canzoni del paese della vagina.
Non da quando i soldati mi infilarono dentro un lungo e grosso fucile. Così freddo, con quella canna d’acciaio che annienta il mio cuore. Non so se faranno fuoco o se lo spingeranno su attraverso il mio cervello impazzito. Sei uomini, mostruosi dottori con maschere nere che mi ficcano dentro anche bottiglie, bastoni, e un manico di scopa.
La mia vagina che nuota acqua di fiume, acqua pulita che si rovescia su pietre cotte al sole sopra clitoride di pietra, pietre-clitoride mille volte.
Non da quando ho sentito la pelle strapparsi e fare rumori striduli da limone strizzato, non da quando un pezzo della mia vagina si è staccato e mi è rimasto in mano, una parte delle labbra, ora da un lato un labbro è completamente andato.
La mia vagina. Un umido villaggio vivente di acqua. La mia vagina, la mia città natale.
Non da quando hanno fatto a turno per sette giorni con quella puzza di escrementi e carne affumicata, e hanno lasciato il loro lurido sperma dentro di me. Sono diventata un fiume di veleno e di pus e tutti i raccolti sono morti, e anche i pesci.

La mia vagina
umido villaggio vivente di acqua.
Loro l’hanno invaso. L’hanno massacrato
e bruciato.
Io non tocco adesso.
Non ci vado mai.
Io vivo in un altro posto, adesso.
Io non so dov’è, adesso.

Marco Andreani
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  1. Salve,
    avete mai pensato di aprire un museo dedicato al vino in un hotel?
    Ecco l’idea di uno dei nostri lettori, intervistato per voi.
    Leggete di più

    http://mondohr.blogspot.com/2010/10/intervista-francesco-palmieri-sogno-un.html

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