I Grandi Vini Gialli del Friuli

Una degustazione di vini friulani ci ha fatto capire cosa significhi davvero la produzione naturale o, meglio ancora, una enologia naturale

Una degustazione di vini friulani ci ha fatto capire cosa significhi davvero la produzione naturale o, meglio ancora, una enologia naturale

Ci siamo trovati nel bicchiere qualcosa di diverso dal solito vino bianco cui siamo abituati. Prodotti differenti, coraggiosi, forse veramente tradizionali e rispettosi del Territorio e dei tempi e mutamenti della natura, come poche volte si riesce veramente a fare.

Stiamo parlando di vini bianchi provenienti dal Friuli Venezia Giulia e precisamente da zone con peculiarità di terreno diverse, che comprendono il Carso e la provincia di Gorizia. Terreni rocciosi e terreni collinari che ospitano un pugno di aziende che hanno deciso di produrre vino in maniera naturale.
Vocaboli come biologico o biodinamico possono essere rappresentativi di questa tendenza, ma questi appassionati produttori friulani preferiscono la semplicità della parola “naturale”. Cosa significa è presto detto.

– Valorizzazione dei vitigni autoctoni accanto a quelli nazionali

– Ricorso minimo, se non nullo, a diserbanti o prodotti chimici

– Utilizzo rigoroso di lieviti indigeni, e non i diffusissimi lieviti selezionati

– Attenzione alle fasi lunari

– Rispetto dei tempi necessari all’evoluzione del vino

– Nessun controllo delle temperature

– Utilizzo di tini in legno e anfore georgiane in terracotta per la fermentazione e l’affinamento

– Nessun filtraggio finale

Come non essere curiosi del risultato di tanto lavoro? Senza contare l’estrema cura e attenzione della parte che si svolge in vigna, nei campi, sul terreno. Con rese rispettose e non forzatamente ridotte e l’assenza di diserbo.

I vitigni maggiormente valorizzati in questi vini sono principalmente il Tocai, la Ribolla Gialla e la Vitovska (diffuso nella provincia di Trieste e nella vicina Slovenia), accanto ai sempre presenti Chardonnay, Sauvignon e Pinot Grigio. Le uve vengono raccolte a maturazione avanzata e sottoposte a macerazione lunghe sulle bucce, in modo da estrarre tutte le sostanze e gli aromi presenti nell’epitelio dell’acino. La fermentazione, con lieviti autoctoni come abbiamo detto, avviene anche in anfore (memorie romane) interrate, per poi passare in botti o in barriques.

I prodotti finali sono vini bianchi che si potrebbero benissimo scambiare per vini rossi. Colori brillanti e accesi, dorati, gialli intensi, a volte quasi rosati. Profumi intensi e fini, poderosi al naso. Struttura e corpo in bocca, presenza di tannini decisi ma non invadenti, legno che si avverte ma non prevale, acidità sorprendenti, che regalano freschezza e bevibilità. Vini ricchi insomma, grassi, strutturati, da pasto, con spiccate note di frutta tropicale, pasticceria, frutta candita, mandorle. Vini di non immediata comprensione ma che di certo non lasciano indifferenti.

Per chiudere torniamo al concetto di enologia naturale, quella che davvero ha rispetto varietale dell’uva e cerca di fare in modo che un vitigno o una varietà riesca a esprimere sé stessa. Per dare al consumatore qualcosa di realmente autentico, così come la natura ha voluto che fosse, con il clima non sempre favorevole, il terreno non sempre facile e le piogge che decidono l’andamento di un’annata rispetto a un’altra. E che sia l’acqua, in gran parte, a decidere la qualità di un vino ci può far sorridere, ma non possiamo certo stupircene.

Per citare due aziende importanti possiamo fare i nomi di Gravner e dell’Azienda Agricola Franco Terpin.

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