Howard Jacobson e Moni Ovadia al Festival della Letteratura 2011

Un bellissimo incontro con due personaggi che sanno descrivere con apparente leggerezza gli uomini, ebrei e non ebrei, con le loro naturali ...

Un bellissimo incontro con due personaggi che sanno descrivere con apparente leggerezza gli uomini, ebrei e non ebrei, con le loro naturali contraddizioni

Ieri, sabato 10 settembre 2011, verso le ore 14:30, inizia l’incontro con Howard Jacobson e Moni Ovadia al Festival della Letteratura di Mantova. Siamo tanti nel Cortile della Cavallerizza di Palazzo Ducale, tutti in attesa di scoprire come si svilupperà la discussione. Si parla di ebraismo, di umanità, di ironia, di spiritualità e di quotidianità.

L’argomento centrale, dovuto e voluto, è l’ebraismo, la sua natura, la sua identità, i racconti che se ne fanno, più o meno espliciti, nelle pagine dei romanzi di Howard Jacobson così come nelle parole sempre argute del teatro e della letteratura di Moni Ovadia. Il filo conduttore prende subito la forma di una domanda universale. Cosa significa essere ebrei?

La risposta a questo interrogativo sembra non esistere affatto e forse è giusto così, forse in questa impossibilità a definire un concetto risiede la vera natura dell’essere ebrei. Un popolo perseguitato dagli uomini e da Dio, un popolo che forse ha messo di sua spontanea volontà un dio che nemmeno esiste in cielo, assegnandogli il preciso compito di perseguitarlo.

C’è verità in tutto questo e c’è molta ironia, lo strumento che permette di raccontare la vita senza esserne divorati, lo sguardo che rende tutto meno serioso e forse per questo più comprensibile e meno violento. L’ebreo è un uomo che si chiede ogni giorno cosa significhi essere ebreo, è un uomo che ha deciso di affrontare e sfidare a propria quotidianità con una risata, origine di tutta la sua cultura.

Dai romanzi di Howard Jacobson, colmi di personaggi “molto ebrei”, alle profonde riflessioni unite alle goliardiche storielle di Moni Ovadia, si passa dal riso alla filosofia, dalla spiritualità alla vita, dall’ebraismo all’universalità di alcuni concetti e, alla fine, della stessa natura umana al di là delle differenze religiose.

Splendida la riflessione che vede uomini ebrei come Howard Jacobson avvicinarsi all’arte con la consapevolezza che questo può significare solo una cosa, una sfida con Dio. Quando crea, l’uomo sa di confrontarsi, attraverso le proprie capacità, con quel dio scomodo e pungolante che si arroga il diritto ad essere il creatore unico. A salvare l’uomo rimane forse la consapevolezza che il lavoro artistico deve necessariamente essere preso con molta serietà, al fine di produrre qualcosa di elevato abbastanza da giustificarne l’alto “rischio”.

Io personalmente ho avuto il piacere di leggere, sino ad ora, un unico romanzo di Howard Jacobson di cui ho già parlato, Un Amore Perfetto. Devo ammettere che ora avrei voglia di affrontare anche il suo ultimo lavoro, L’Enigma di Finkler, facendo forse più attenzione agli aspetti sviscerati con Moni Ovadia in occasione del Festival della Letteratura di Mantova. Un Amore Perfetto è infatti, nella mia memoria, un libro che parla molto di sesso e di amore, in una accezione certamente ironica ma anche molto distonica, a tratti quasi “malata”.

Chiudo dicendo che le parole ascoltate e i temi trattati mi hanno fatto pensare ad un altro scrittore contemporaneo che affronta l’argomento della religione ebraica in maniera molto diretta, non tra le righe di una narrazione “altra” come può fare Howard Jacobson. Mi riferisco a Shalom Auslander, autore de Il Lamento del Prepuzio e A Dio Spiacendo, romanzi davvero divertenti e indicativi, anche se certamente estremizzati, di cosa possa significare essere ebrei senza che nessun ebreo o non ebreo l’abbia ancora davvero capito.

Marco Andreani
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