Confesso che ho Vissuto di Pablo Neruda

La vita meravigliosa e intensa di un poeta e un uomo meraviglioso e intenso, capace come pochi altri di raccontare amore e impegno politico con la stessa ...

La vita meravigliosa e intensa di un poeta e un uomo meraviglioso e intenso, capace come pochi altri di raccontare amore e impegno politico con la stessa passione

La vita di Neruda è una coperta colorata! Questa è l’immagine che mi si è formata nella mente man mano che procedevo nella lettura di Confesso che ho Vissuto, la splendida ed avvolgente autobiografia di Pablo Neruda. Dodici quaderni dalla nascita agli ultimi anni vissuti dal grande poeta, una passeggiata nella storia e nell’arte con paesaggi sempre diversi visti da occhi sempre nuovi.

Neruda racconta la sua vita, i suoi pensieri, i suoi anni e tutte le lotte combattute per il Cile, la sua terra di nascita, e per l’umanità, il suo terreno di ispirazione. Attraverso incarichi diplomatici, impegno civile, conflitti come quello mondiale o la guerra di Spagna, amori, amicizie, incontri e ritorni impariamo a conoscere un uomo e un poeta che ha disegnato la storia con le sue parole, regalando a tutti noi un’opera non solo poetica ma anche e soprattutto umana, capace di essere sintesi e superamento di ciò che gli occhi hanno visto, le orecchie hanno udito e la mente ha elaborato.

Confesso che ho Vissuto è un libro d’amore, come d’amore sono tutte le cose scritte da Neruda, un poeta che amava perché amava l’amore e senza di quello non avrebbe nemmeno potuto respirare, vivere, creare.

Di tutta l’autobiografia mi hanno particolarmente colpito i passaggi che descrivono i grandi protagonisti della storia, della politica e dell’arte che sono stati per Pablo Neruda amici e compagni di avventure e di battaglie in nome di una fede vera, la fede nelle infinite possibilità dell’animo umano di plasmare il proprio essere e rendere il mondo un luogo dove vivere davvero e non solamente transitare.

Avrei voluto riportare mille e mille passi del libro che mi hanno commosso e mi hanno fatto riflettere ma scegliere era troppo difficile, per questo alla fine ho deciso per un piccolo estratto che parla di vino, la seconda ragione d’essere di questo blog insieme ai libri.

“Mi piacque bere in Galizia il vino di Ribeiro, che si beve in tazza e lascia sulla maiolica una spessa traccia di sangue. Ricordo in Ungheria un vino corposo, chiamato “sangue di toro”, i cui assalti fanno trepidare i violini zigani.
I miei bisavoli avevano delle vigne. Parral, il villaggio in cui sono nato, è culla di aspri mosti. Da mio padre e dai miei zii, don José Ángel, don Joel, don Oseas e don Amos, ho imparato a distinguere il vino pipeño da quello filtrato. Ce n’è voluto perché capissi la loro preferenza per il vino non raffinato che gocciola dalla botte, dal cuore originale e irriducibile. Come in tutte le cose, a fatica sono tornato al primitivo, al vigore, dopo aver praticato il perfezionamento del gusto, assaggiato il bouquet formalista. Lo stesso accade con l’arte: ci si sveglia con l’Afrodite di Prassitele e poi si passa la vita con le statue selvagge dell’Oceania.”

Marco Andreani