Breve Storia dell’Uomo che Voleva Scrivere

Questa è la storia di un uomo molto benestante che desiderava una cosa soltanto tra tutte quelle che avrebbe potuto comodamente avere, scrivere un ...

Questa è la storia di un uomo molto benestante che desiderava una cosa soltanto tra tutte quelle che avrebbe potuto comodamente avere, scrivere un romanzo

Chiameremo quest’uomo U, un po’ per comodità, un po’ perché non possiede altro nome.

U passava le sue giornate in panciolle, godendosi le proprie ricchezze nelle 4 mura confortevoli della propria casa. Non aveva parenti o amici, ma non ne soffriva, il suo mondo era quello, altro non conosceva. Unica maniera per scoprire quello che c’era e che era stato oltre i confini e il tempo del suo piccolo mondo erano i libri che possedeva nella propria biblioteca.

Da questo sapere, valido ma intermediato, sbocciò un giorno in lui l’idea di occupare il tanto tempo che aveva a disposizione provando a scrivere un romanzo. Dopo una notte insonne a rimuginare sul nuovo eccitante progetto, iniziò la giornata che lo aspettava cimentandosi subito nella scrittura.

Iniziò la sua storia con grande determinazione, buttando giù le prime pagine in maniera quasi febbrile. Instancabile lavorò per ore ed ore, sino a quando, verso sera, cominciò a riguardare ciò che aveva scritto, trovandolo assolutamente inadeguato, lontanissimo da quello che aveva immaginato essere l’inizio del suo primo romanzo di successo. Decise quindi di mantenere la storia che aveva imbastito, non curandosi troppo degli sviluppi che immaginava di vedere sbocciare naturalmente man mano procedeva con il lavoro, e di riscrivere il tutto sotto altra forma.

Questo lavoro di correzione durò per giorni, sino a quando non si accorse che la mancanza di uno stile lo avrebbe per sempre bloccato nella situazione di stasi nella quale gravitava ormai da tempo.

Pensò quindi bene di imparare a scrivere da chi già lo aveva fatto, iniziando a leggere in maniera forsennata tutti i libri della biblioteca che ancora non aveva letto e che andavano dal romanzo al saggio, dalla fantascienza alla teologia, dalla filosofia al giallo, toccando praticamente ogni genere letterario, assorbendo come una spugna i caratteri dei più grandi scrittori di ogni tempo.

Man mano procedeva, rinvigorito dalle nuove conoscenze, nella stesura del suo romanzo.

Scrisse e lesse, lesse e scrisse per mesi, sino a quando un bel giorno la sua vista si indebolì e la sua mano si rattrappì. Solo allora decise di rileggere le centinaia di pagine scritte per verificare il risultato raggiunto.

Con suo grande rammarico si accorse che l’opera non possedeva comunque una propria cifra, bensì le pagine passavano troppo rapidamente da uno stile all’altro, da un genere narrativo a un altro, contaminandosi, increspandosi, producendo orrori e aberrazioni di forma e di contenuto. Il libro non avrebbe mai venduto e lui non sarebbe mai diventato famoso.

Negli anni successivi U rimase segregato in casa a fare test su test di scrittura, sperimentando, rimaneggiando, limando, ampliando ciò che confusamente aveva scritto e che diventava sempre più corposo e sconnesso.

Un bel giorno di inizio estate un fatto strano distolse l’attenzione di U dal suo romanzo. Un piccolo passero entro dalla finestra aperta dello studio e di posò sul braciolo di una poltrona. Cinguettò più volte in cerca di cibo e U, più per levarselo di torno che per altro, sparse alcune briciole di pane fuori dalla finestra. Il passero volò rapidamente verso il pasto, lo fini e si alzò in volo verso altri lidi. U, sollevato, chinò nuovamente il capo sul suo romanzo.

Il passero tornò in visita a U più o meno tutti i giorni per un mese, sempre alla stessa ora tranne rare eccezioni e U, ormai abituato alla sua presenza, inizio a spargere le briciole di pane all’interno della casa, facendo del passero, nel tempo, una sorta di animale domestico. Solo dopo un intero anno di convivenza, osservando il piccolo passero mangiare le briciole di pane che egli quotidianamente gli serviva, la mano di U si mise a scrivere di questa strana storia. Ne nacque un racconto molto breve, denso, fatto di routine e di sensazioni, di piccole esperienze con qualche tocco immaginario.

Rileggendo quanto scritto U si accorse che in quelle poche pagine era racchiusa la cifra che cercava da tempo, lo stile che aveva inseguito per anni nei luoghi sbagliati. Il mestiere dello scrivere gli apparteneva, ma il miracolo lo aveva fatto la vita vera, l’esperienza.

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Questo racconto finisce qui e non vuole essere altro di quello che è, un modo differente di esprimere un semplice pensiero: per fare bene qualcosa bisogna averne esperienza diretta, per scrivere bisogna vivere così come per fare vino è necessario infilare le mani nella terra, piegare la schiena, sporcarsi un po’, annusare, degustare, conoscere e riconoscere, sempre con una abbondante dose di umiltà.

Marco Andreani