BioBourgogne, Vini Bio in Borgogna

Una serata all'insegna dell'eleganza nel bicchiere, di profumi netti ma finissimi, di strutture inattese, di piccole ma virtuose produzioni in ...

Una serata all’insegna dell’eleganza nel bicchiere, di profumi netti ma finissimi, di strutture inattese, di piccole ma virtuose produzioni in Borgogna

Settimana scorsa ho partecipato, in compagnia di bella gente, a una interessante degustazione a Milano, dal mio amico Davide Mingiardi di Enocratia. La serata era intitolata BioBourgogne e, come il nome lascia intuire, si parlava di vini biologici della Borgogna. In degustazione 5 etichette, 1 Chardonnay e 4 Pinot Nero davvero notevoli. Prima di proseguire oltre devo ringraziare Matteo Pessina che ci ha guidati con competenza, empatia e simpatia in questo viaggio alla scoperta di piccole ma significative cantine di questo incantevole spicchio di Francia.

Dalle sue esaurienti dispense ruberò solo poche informazioni iniziali utili a contestualizzare i vini e le aziende presentate, per proseguire con le mie personali impressioni su quanto osservato, annusato e gustato nel corso della serata.

La Borgogna è una zona della Francia che si estende da Lione a Digione e si suddivide in 5 aree: Mâcossais, Côte Chalonnaise, Côte de Beaune, Côte de Nuits, Chablis. Il clima continentale e le variegate tipologie di terreni danno vita, insieme al sapiente lavoro dell’uomo, a vini eleganti, sottili ma robusti, decisi nelle loro mineralità e acidità, dotati di grande longevità.

L’inverno è solitamente molto rigido, mentre l’estate si presenta calda e spesso siccitosa. I terreni più vocati, che determinano le denominazioni Premiers Crus e Grand Crus sono posto nella fascia di media collina e sono caratterizzati dall’affioramento di strati calcarei. Nelle zone più alte il suolo diventa principalmente roccioso, mentre nelle aree pedecollinari, la composizione alluvionale dei terreni concorre a diminuire il pregio delle produzioni.

Le uve storiche della Borgogna sono Pinot Noir, Chardonnay, Aligoté e Gamay. Il primo vitigno è il principe incontrastato della zona.

Le denominazioni francesi suddividono in vini nella maniera seguente:

Appellations Régionales – livello generico che non obbliga a dichiarare uve e zona di produzione

Appellations Communales o Villages – denominazione dedicata ai Comuni che può riportare in etichetta i nomi di due località vicine e il nome della vigna classificata Premier Cru

Grands Crus – le vigne migliori classificate con denominazione propria, senza riferimento comunale, quelle che danno origine ai vini di maggiore pregio

Di seguito i vini in degustazione:

Puligny-Montrachet Premier Cru “Les Combettes” 2009 Louis Carillon (Puligny-Montrachet)

Volnay 2012 Catherine & Claude Maréchal (Bligny-lés-Beaune)

Chambolle-Musigny 2009 Amiot-Servelle (Chambolle-Musigny)

Gevrey-Chambertin Premier Cru “Lavaux-Saint-Jacques” 2008 Philippe Pacalet (Gevrey-Chambertin)

Clos de la Roche Grand Cru 2003 Louis Remy (Morey-Saint-Denis)

Senza voler banalizzare cercherò di descrivere quelle che mi sono sembrate essere caratteristiche comuni a prodotti anche molto diversi tra loro. Al di là dell’estrema piacevolezza e freschezza dell’unico bianco in degustazione, i Pinot Nero assaggiati, pur nella loro precisa ed unica identità data da territorio e produttore, erano indubbiamente legati da un filo comune.

Riferendomi pertanto principalmente ai Pinot Nero presentati confermo che si è trattato di una degustazione sotto il segno dell’eleganza, con vini dai profumi netti e delicati, caratterizzati da un corredo aromatico decisamente ampio, capace di evolvere da sentori iniziali “semplici” a note più evolute e interessanti una volta fatto riposare il vino nel bicchiere.

Il legno è sapientemente usato, come i francesi sanno fare, al servizio del vino, con la precisa volontà di valorizzare il vitigno e il territorio e non di prevaricare sulle caratteristiche del frutto, coprendo, come accade alcune volte, note e sapori che rendono tipico un vino in relazione al vitigno e al territorio nel quale si inserisce. Mineralità, acidità e tannini contribuiscono in misure differenti tra loro e in relazione al singolo vino, a dare personalità alle sensazioni gusto olfattive.

Eleganza e non potenza dunque, da non confondere però con una poca decisione dei vini, anzi, proprio il contrario, perché è quando struttura e finezza si incontrano che possono nascere grandi vini.

In questa atmosfera abbiamo concluso la serata discorrendo di Terroir e di cosa veramente significhi per i francesi, con un piccolo confronto/dibattito circa l’abuso comunicativo di questo termine nobile e articolato che, a volte, ne facciamo in Italia. In Italia il Terroir esiste per definizione, non potrebbe essere altrimenti, ma va assolutamente chiarita la sua natura per non storpiarne, consapevolmente o meno, il significato, facendolo diventare puro e vuoto strumento di marketing. Terroir significa uva, territorio, clima, terreni, tecniche, tradizioni, uomo, cultura collettiva, etc, facendo comprendere come, anche in un territorio più o meno definito, possano convivere numerosi e molteplici Terroir differenti, spesso anche molto piccoli.

Chiudo ringraziando i miei compagni di degustazione, sempre molto attenti e disponibili al confronto costruttivo ed emozionale sul vino. Come ha detto molto bene Giovanna, per bere vini “difficili” servono le persone giuste, in grado di osservare e scoprire ciò che il bicchiere presenta con la giusta dose di curiosità e con l’umiltà di imparare e di comprendere sempre, fattori che non devono abbandonarci mai (devo ammettere che, in questo contesto, i concetti di “sempre” e “mai” riescono miracolosamente a esistere).

Marco Andreani